tradimenti
Di nessuno
Sergio191
12.03.2026 |
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"È impossibile che non mi vedano, pensa, e questo pensiero la riconduce alla realtà come uno sparo..."
F ha fatto tardi, ha la testa ovattata e i piedi indolenziti. Ha perso l’autobus per pochi istanti.Si guarda intorno, guarda l’orologio, adesso dovrebbe trovarsi nella terra di nessuno tra l’orario diurno e quello notturno degli autobus.
Attraversa la strada, si siede su una panchina, il sollievo le scioglie i muscoli, passa un altro autobus.
Lo guarda fermarsi, ondeggiare e ripartire senza cercare la forza di alzarsi, attraversare di nuovo, accelerare il passo.
Resta lì.
Respira.
Una volta, due volte.
Ascolta il rumore dell’aria che scende e risale lungo la trachea. Il rumore della saliva, della lingua che gioca con le gengive.
Il corpo produce sempre e ovunque gli stessi rumori familiari, pensa. Anche lì, su una panchina vicino ai Mercati Generali.
Anche in fondo a una trincea, in qualche spaventoso inverno di guerra, l’aria riempie i polmoni facendo lo stesso rumore che sentiva la sera, da bambina, prima di addormentarsi, mentre da dietro la porta socchiusa arrivavano altri rumori, altre voci, confortevoli.
Non riesce a capire se sia un pensiero rassicurante o terrorizzante: la compagnia ineluttabile dei suoni del proprio corpo, anche nella solitudine più profonda.
Si guarda le scarpe, non sono adatte a camminare. Sbuffa pensando a quando ha deciso di metterle, molte ore prima. A quando la giornata sembrava poter prendere una piega completamente diversa. Ai diversi rumori e ai diversi finali che avrebbe dovuto generare.
Si tocca le ginocchia, si massaggia i polpacci facendo scendere le mani parallelamente lungo le gambe.
Passano i minuti.
F si chiede quanti ne siano passati, senza ancora decidere cosa fare, mentre la sera diventa notte, i suoni si diradano, le luci dei fanali che attraversano il campo visivo appaiono e scompaiono a intervalli via via più lunghi.
La mano fruga nella tasca della giacca in cerca del pacchetto di sigarette e rompe l’equilibrio.
Si sofferma sulle chiavi di casa, sul fazzoletto accartocciato, sul piccolo tesoro inutile che contiene.
Il respiro si fa più lungo. Il cuore batte più rapido.
Gli occhi si piegano oltre il naso a guardare la brace dello spinello che si accende a intermittenza.
C’è un momento preciso in cui F comprende che se continuerà a fumare non troverà più la forza di muoversi da lì. Fa un tiro ancora più lungo, poi un altro, fino a sentire il cuore pulsare nelle tempie.
A casa non avrei comunque dormito, pensa. Il tempo sarebbe trascorso altrettanto immobile anche sulla panchina.
Sente il senso di malora scorrerle addosso. Lascia che la desolazione la avvolga languidamente, guarda la strada davanti a lei come se stesse guardando un televisore spento. Sorride. Lo sguardo si fissa sulla profondità del buio.
È in quel momento che li vede arrivare. Tre ragazzi, probabilmente di origine maghrebina.
Uno spinge un motorino, gli altri due camminano accanto a lui.
Parlano ad alta voce, ridono, si spintonano. L’attenzione di F si concentra sul loro passo veloce, sui mozziconi di parole confuse. Il ragazzo che spinge il motorino è probabilmente l’oggetto dello scherno degli altri due.
Si avvicinano.
Rapidamente.
È impossibile che non mi vedano, pensa, e questo pensiero la riconduce alla realtà come uno sparo.
Si guarda intorno per cercare una via d’uscita ormai impossibile da trovare.
Muove la testa verso sinistra, destra, di nuovo sinistra, e loro adesso sono lì, fermi davanti a lei.
La guardano.
Lei sussulta. Se ne saranno accorti, pensa.
Loro non parlano più. Non ridono più. I loro sguardi sono puntati su di lei, la strada è muta e nera.
Il suo respiro produce un suono diverso. F trova il tempo di pensarci, mentre i tre ragazzi ripartono per la loro strada.
Li guarda allontanarsi, deglutisce, si pizzica leggermente le gambe per verificare di esserci ancora.
L’autobus si avvicina. Stavolta F si alza e attraversa la strada.
Quando entra in camera da letto lui è lì, dove lo aveva lasciato la mattina presto. È avvolto nel piumino, probabilmente nudo, o quasi.
Si spoglia anche lei, scosta la coperta e sente nitidamente il miscuglio sgradevole di odori familiari ai quali non sarebbe voluta tornare.
Va in bagno, si siede sul wc, appoggia i gomiti sulle ginocchia.
Chiude gli occhi e rivede i tre ragazzi.
Hanno buttato a terra il motorino, si avvicinano a lei, si sbottonano i jeans, i loro cazzi sono davanti al suo viso.
Lei apre la bocca, succhia via dalla loro pelle il sudore, sente il loro addome che si tende, che vibra, mentre la sua mano si aggrappa alla fica umida di pipì, la massaggia convulsamente, la penetra, la sente esplodere nell’orgasmo che aveva evidentemente atteso per tutto il giorno.
Respira di nuovo.
Una volta, due volte, tre volte.
Il suono del suo respiro è diverso, ancora una volta.
Sente le lacrime scorrere tra il naso e la bocca, sono l’unica cosa che non fa rumore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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